14 giugno 2009
SHINE A LIGHT (un film di Martin Scorsese, 2008)
Se non avete mai potuto assistere a uno show degli Stones dal vivo, andate a vedere questo film, sarà un po’ come farsi un regalo da sceicco: allestire in fretta e furia uno spettacolo domestico ed esclusivo delle Pietre Ruzzolanti, dritti nel proprio salotto – e se avete un monolocale va bene anche piazzarli in cucina o al cesso!
Facilmente alla fine del film-concerto vi sembrerà di esser stati sul palco insieme alle leggende linguacciute del rock and roll, sotto riflettori roventi e l’impietoso sguardo delle centinaia di macchine da presa dislocate da Martin.
Ci si trova, in ogni caso, davanti a un film magistrale. Niente a che fare con l’ultima ondata di rockumentary, documentary, monumentary etc. etc. che infestano sale e multisala: qui ci sono gli Stones, i primi piani incessanti sulle rughe e le dentature fasulle di Mick e Keith, le loro smorfie, i ghigni, il fumo che esce diabolicamente dalla Telecaster di Keith quando si intreccia con la Gibson di Buddy Guy, quel fare flemmatico e jazz da british landlord del Sig. Watts, le vene collassate di Ron Wood mentre countreggia con la slide, la sorprendente timidezza di Jack White (White Stripes) mentre duetta in una sublime “Loving Cup” accanto a Mr Sympahty for the Devil , la zoccolaggine esibizionista e mainstream di Christina Aguilera in “Live With Me“.
Senza troppo indugiare sugli arcinoti classici stonesiani o sull’involontario compiacimento rodato da un quarantennio da migliori artefici di rock and roll sulla piazza, riducendo al minimo indispensabile i filmati di repertorio con tanto di interviste stile Mai dire Rolling Stones, il binomio Stones-Scorsese fa scintille. Il regista italoamericano, di sicuro non di primo pelo in fatto di scenari rock-diabolici (The Last Waltz, 1978), supera i precedenti lavori visivi “stonati”, Godard e Altamont compresi: in Shine a Light sembra assecondare la logica richardsiana secondo cui “il palco si sente”, nel senso che va vissuto pienamente. Ecco: le pietre rotolano ancora sul palco, nonostante qualche affanno e qualche acciacco di troppo, e quello che fanno fuori – vizi e stravizi inclusi – non è parte del rock… lo si lasci a Novella 2000. It’s only rock and roll, but we like it.
Etichette: 2008, anni Duemila, anni Sessanta, anni Settanta, anno Novanta, anno Ottanta, Buddy Guy, Charlie watts, Christina Aguilera, cinema, concerto, documentario, film, Jack White, Keith Richards, live, Martin Scorsese, Mick Jagger, rock, rockumentary, Rolling Stones, Ron Wood, shine a light, Stones
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13 giugno 2009
Made – They don’t Understand (Area Pirata, 2009)
I Made sono sulla piazza da 13 anni circa. E non è poco per una band. Ci vuole costanza, voglia, passione e – diciamolo senza mezzi termini – le palle esagonali. Perché è un attimo che la vita ti arrota e ti pialla, tra sbattimenti di lavoro, straordinari, malattie, impegni di famiglia, gente che si riproduce e non ha più testa, conversioni sulla via di Damasco e tutto il campionario di situazioni/eventi che mandano egregiamente a puttane i gruppi nel lungo periodo.
I Made in questi 13 anni si sono guadagnati la fama di band di punta del giro mod italiano, ma hanno avuto relativamente poca fortuna a livello di uscite e materiale prodotto: solo due album, uno split ep, e un ep (più la manciata di brani d’ordinanza nelle compilation di turno). Come dire… poca roba.
Ma fortunatamente, a fronte di un’attività live costante e di un’effettiva qualità della loro musica, la scarsa produzione non li ha fatti collassare sotto il peso del tempo. E quindi eccoli, grazie ad Area Pirata, con il loro secondo lavoro sulla lunga distanza: un cd che esce in limited edition di sole 500 copie, con copertina digipack.
Gli otto brani (sette originali e una cover dei Cars di Ric Ocasek) di They don’t Understand sono decisamente un manifesto chiarissimo dell’essenza del gruppo: mod, pop britannico, rock e una dose di punk. Nessuna pretesa, ma anche tonnellate di onestà e conoscenza del genere. Sarà per questo che praticamente tutti i pezzi sono – come si diceva una volta – a presa rapida e ti restano da subito appiccicati alle orecchie. Decisamente un risultato ottimo, per una band che professa questo tipo di sonorità.
A tratti mi hanno ricordato i Long Tall Shorty più recenti, ma ovviamente qui dentro ci sono gli Who, i Jam, gli Small Faces, il genoma di Oasis e Blur, i Cheap Trick… insomma ci siamo capiti. Musica divertente, dura senza essere pesante, pop senza stufare, rock senza strafare. Dategli senza esitazione una chance. Magari due. E ricordate che ce ne sono solo 500 in giro…
Etichette: 2009, Area Pirata, Blur, brit-pop, Cheap Trick, Italia, Jam, Made, Oasis, pop, punk, rock, Small Faces, They don't Understand, Who
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6 giugno 2009
Fine Before You Came – Sfortuna (2009, Triste – LP, La Tempesta – CD, Ammagar – MC)
I Fine Before You Came suonano emo-core. Attenzione però: nel 2009 la propaganda della nuova MTV generation di 15enni ha praticamente distrutto il senso del prefisso “emo”, rendendolo una specie di bestemmia, utile a identificare l’ultima moda passeggera. I cinque milanesi hanno invece alle spalle una decina d’anni di carriera, suonando in giro per l’Europa e producendo, in piena etica DIY e anti-copyright, tre dischi, oltre a 7″ e split vari.
Anche questo nuovo Sfortuna, il quarto della serie, si trova in free download sul loro sito prima dell’uscita in formato CD, LP e anche cassetta (a quanto pare i nastri non sono ancora scomparsi).
Com’è Sfortuna? Un ottimo disco: una botta emotiva fortissima aiutata dai testi, per la prima volta in italiano. Poco più di mezz’ora in cui la formula sonora del quintetto assume forme e mostra influenze varie, con serrate ritmiche new wave, momenti post-hardcore alla Slint o alla Flipper o accelerazioni a sostenere il cantato, che va verso lo screamo senza mai arrivarci pienamente.
In pratica una breve via crucis per cuori spezzati, scritta e suonata con assoluta sincerità e capacità di scavare nell’anima, senza paura di mettersi a nudo davanti a chi ascolta. Adolescenziale quanto volete, ma vera e viva.
Il climax si raggiunge con la terza traccia, “Fede”, una claustrofobica discesa nella solitudine che si spegne lentamente lasciando senza speranza; con “O è un cerchio che si chiude”, che ci accompagna marziale nella disperazione; e con il finale affidato a “VIXI”, che parte incazzata e tirata, per poi contorcersi in epilettiche maledizioni verso la sfortuna.
Forse non è il modo giusto per combatterla, ma qualche minuto liberatorio, se non altro, ce lo regala.
Etichette: 2009, Ammagar, anni Duemila, anni Novanta, cassetta, cd, diy, emo, Fine Before You Came, Flipper, hardcore, Italia, La Tempesta, LP, Milano, MTV, post hardcore, screamo, Sfortuna, Slint, Triste
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5 giugno 2009
Boston Spaceships – The Planets are Blasted (Guided by Voices, 2009)
…e così di colpo Mike Ness mi dà due schiaffi e mi urla nelle orecchie: “ascoltati i Boston Spaceships, invece di perdere tempo a polverizzare Saturno con il disgregatore molecolare!”.
Io mi scuoto un attimo e gli balbetto che sì va bene, va bene. E invece non va bene un bel niente, sono nudo con addosso solo una maglietta dei Take That e – per giunta – al posto del disgregatore ho in mano un tagliaunghie. E, ai piedi, delle infradito tigrate. Urlo e mi sveglio.
Incubo a parte, devo ringraziare comunque Mike per il consiglio: The Planets are Blasted, il nuovo album dei Boston Spaceships, non è male. Questo gruppo che – come potrete immediatamente comprendere dal nome – viene da Dayton (Ohio), si muove con agilità nella ionosfera del rock alternativo con incursioni nel punk rock alla Social Distortion; sovente si piazza in orbita attorno a Wilco, Overwhelming Colorfast o Urge Overkill.
La voce (di Robert Pollard, ex leader dei Guided by Voices) richiama a tratti – scherzi del destino – il Peter Gabriel dei primissimi Genesis. E anche qualche brano o fa: sentite “Sight On Sight”, che sembra incedere alla maniera della band senza mantenere (fortunatamente) la durata e la pomposità del progressive. La chitarra sperimenta vari suoni, dalla distorsione secca a quella accennata (da livello due sul presence dell’ampli per intenderci) all’acustica da gruppo folk irlandese – o alla Lemonheads (per chi ancora si ricorda di Evan Dando). In alcuni brani poi, non ci fosse il suono così diverso, par di ascoltare l’ultimo album degli Husker Du.
Tra le canzoni degne di nota “Canned Food Demons” che sembra davvero una creatura di Mike Ness, “Lake Of Fire” (altro brano che ricorda un po’ Peter Gabriel), “Headache Revolution” e “Tattoo Mission”, con tanto di archi.
Insomma il disco (o il CD fate un po’ voi) si lascia ascoltare. Un unico appunto: i Boston Spaceships con i loro suoni così vari e diversi mancano di quel qualcosa che li renda riconoscibili. Mi toccherà farli sparire con il mio disgregatore molecolare.
Etichette: 2009, Boston Spaceships, cd, Genesis, Guided by Voices, husker du, Overwhelming Colorfast, Peter Gabriel, pop-punk, punk, Robert Pollard, Social Distortion, The Planets are Blasted, Urge Overkill, Wilco
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2 giugno 2009
Chelsea Hotel – We’re All Gonna Die (Spittle, 2006)
Nel 1982 io avevo 12 anni. Nella mia città, il classico stereotipo di piccola provincia quieta e sempre un passo indietro, non è che si muovesse poi molto. Anche se, a sbattersi e a informarsi, si rischiava di finire nel giro di Otello, il negozio di dischi fico che addirittura si approvigionava quasi mensilmente – narra la leggenda – oltremanica, grazie a viaggi-pellegrinaggio del proprietario che portava indietro valigiate di novità in quantità limitatissime.
Ma a 12 anni da Otello non ci entravi, era roba da gente grande, grossa e balorda (avrei imparato solo dopo diversi anni che non era esattamente così). Quindi io ascoltavo le cassette degli Iron Maiden e degli AC/DC comprate da Audiovox, il negozio normale in cui anche a uno sfigato era concesso l’ingresso. E da Otello ebbi il coraggio di addentrarmi solo verso il 1984; c’è anche da dire che non smisi più di andarci fino al cambio di gestione.
Tornando a noi, nel 1982 usciva il demo dei Chelsea Hotel di Piacenza – proprio mentre io mi esaltavo con Killers e Back in Black (per fortuna gli Scorpions li avevo snobbati). Un nastro sanguigno, caotico, distorto, scuro e saturo di fruscio. Per non parlare del feedback.
Una raccolta di 11 brani che fotografavano un’idea di punk contemporanemente tanto italiana, ma anche con un respiro internazionale, vista l’innegabile tendenza ad avvicinare due generi piuttosto lontani – almeno nelle rispettive (auto)percezioni – come l’heavy metal più plumbeo e l’hc punk più acido e urticante. In questo ristampone della risorta Spittle sono inclusi, poi, 4 brani live come bonus (tra cui una cover di “Search & Destroy” che la dice lunga sull’anima dei Chelsea Hotel).
Come spesso accade nei casi di recupero dal passato (anche se questo demo era già stato ristampato un po’ in sordina, su vinile, a metà anni Novanta) occorre contestualizzare, anche perché la qualità sonora non aiuta certo e non è user friendly, soprattutto nei confronti di chi non ha molta dimestichezza con punk, Italia e primi anni Ottanta.
I pezzi sono veloci, rabbiosi, scatarranti, a volte scoordinati, altre lucidamnete folli – con lamate di soli metal che spuntano qua e là (non a caso in formazione, a parte i mitici Tony Face e Black Demon, c’è Davide Devoti – poi nei Raw Power e nella band di Vasco “noi giovani” Rossi). Ma il tutto è sepolto in un magma sonoro frusciante e sfrigolante, dovuto appunto al deterioramento del nastro originale e alla non esaltante qualità della registrazione.
Detto questo… senza cadere in facili dietrismi e idolatrie dell’italico verbo punk, difficilmente i Chelsea Hotel oggi cambieranno la vita a qualcuno – mentre all’epoca probabilmente l’hanno fatto: leggetevi la bellissima pagina scritta da Luca Frazzi, a questo proposito, contenuta nel cd. Però, se amate la scena italiana di quegli anni e se non volete avere un colpevole vuoto nella vostra collezione, dovete procurarvi questo cd.
Rispetto massimo al gruppo e al suo lavoro. La Spittle, invece, mai si è degnata di rispondere a delle mie mail… simpatia estrema, complimenti: sappiate che il cd me l’hanno gentilmente omaggiato, dunque, perché visto l’andazzo piuttosto che regalarvi un centesimo mi faccio un giro dell’isolato di corsa – vedi il caso della ristampa dei Boohoos, che non compro per principio. Magari la troverò usata a 5 euro. Punk rock.
Etichette: 2006, Black Demon, Boohoos, cassetta, cd, Chelsea Hotel, demo, hc, Italia, metal, Not Moving, Piacenza, punk, Raw Power, ristampa, Spittle, Tony Face, Vasco Rossi, We're All Gonna Die
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23 maggio 2009
Jim Carroll, nel suo classicone “People who Died” (il video – purtroppo – è recente, risale al film con Di Caprio, ma il pezzo non si discute!)
Etichette: anni Ottanta, anni Settanta, basketball diaries, eroina, Jim Carroll, Leonardo Di Caprio, New York, People who died, punk, ritorno dal nulla, rock
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23 maggio 2009
Boozed – One Mile (Chorus of One, 2009)
Goduria. Un disco che definirei working class, perfetto da ascoltare rientrando dal lavoro.
Sei stanco, fa caldo e non hai nemmeno voglia di levarti gli anfibi tanto sei schifato; ti versi qualcosa da bere e piazzi questo nello stereo (prendete nota: le edizioni cd e vinile di Chorus of One hanno due bonus track rispetto all’uscita originale). E parte una raffica taumaturgica di 14 pezzacci rock, a volte stonesiani, a volte più sul pub rock, altre seventies glam. Il tutto sempre con il punk ben piantato nelle orecchie.
Peccato per l’orribile copertina che potrebbe scoraggiare dall’acquisto dei Boozed (caspita, perché un disco così dovrebbe essere presentato da un disegno di una tartaruga su una strada mi sfugge completamente… per la serie “Facciamoci del male”).
Bella prova davvero, che facilmente diventerà un piccolo cult di hard-punk negli anni a venire.
Etichette: 2009, anni Duemila, Boozed, Chorus of One, Germania, glam rock, Hellacopters, One Mile, pub rock, punk, rock, Rolling Stones
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23 maggio 2009
La notizia è di pochissimi giorni orsono e la potete leggere sul Myspace ufficiale degli Stooges.
Indovina, indovinello… dato che la tragica e prematura scomparsa di Ron Asheton ha rotto il meccanismo della reunion degli Stooges originali (ovviamente senza Zander, per motivi biologici) Mr. Iguana ne ha pensata una delle sue: riforma Iggy & The Stooges, ovvero la seconda incarnazione della band, quella post contratto con la Mainman, che partorì Raw Power.
Ovviamente Ron Asheton – che era stato all’epoca piazzato al basso – non ci sarà e la band dovrebbe essere composta da Iggy, Scott Asheton, Mike Watt e James Williamson. Proprio lui: il teschio, la pecora nera.
Il repertorio di Iggy & The Stooges sarà l’intero terzo album, composto da pezzi che gli Stooges riformati avevano sempre evitato di includere nel repertorio (eccezion fatta per “Search and destroy”, che lo scorso anno aveva iniziato a fare capolino in scaletta).
Quando tutto ciò potrebbe accadere è ancora da definire. Certo non è esattamente un’operazione di buon gusto e suona un po’ come un secondo sfregio a Ron Asheton, perpetrato sempre nel segno di Williamson.
Ma tant’è. Iggy Pop deve pur campare e – francamente – meglio che lo faccia col revival degli Stooges che con roba tipo Preliminaires. Che quasi quasi neppure merita una recensione per la sua pacchianeria e buffa pretenziosità.
Per non parlar del fatto che Iggy stesso, presentando il nuovo disco solista, aveva dichiarato di essersi stufato di ascoltare chiatarre sparate a tutto volume e di essersi immerso nel jazz. Duh… mai sentito parlare di contraddizione?
Però un po’ di curiosità morbosa di rivedere Williamson su un palco dopo 35 anni c’è.
Etichette: anni Settanta, Detroit, Iggy & The Stooges, Iggy Pop, iguana, jazz, Mike Watt e James Williamson, Preliminaires, punk, Raw Power, reunion, rock, Ron Asheton, Scott asheton, Stooges
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22 maggio 2009
Magentha Vol – Sub (autoprodotto, 2009)
Magentha Vol si presentano strabene con un cd digipack chiuso da laccetto in cuoio con clip, artwork curato e patinatissimo anche se non palesemente sputtanato – ci siamo capiti. Niente male davvero.
Poi metto su il cd. It sounds so Nineties, so fucking Nineties… già. Davvero ragazzi: non è un male, sia chiaro. Solo mi lascia perplesso il revival degli anni Novanta, che erano ieri o quasi (vabbè, sono ingiusto… magari i Magentha Vol non vogliono fare revival di un bel fico secco, però è innegabile che a questi ragazzi i Novanta non sono stati indifferenti a livello musicale).
Voce agnelliana al 90% e un impianto sonoro sostanzialmente duplice: da una parte i brani più duri, molto rock indie post grunge (e, ancora, molto Afterhours – quelli più ispirati per giunta… e buttali via!), dall’altra i pezzi più lenti, sognanti e stralunati. Che mi convincono meno… non a caso la quarta traccia (“Ostetrica”) mi ha fatto venire la pelle d’oca (dopo il trittico d’apertura che invece promette benissimo) con certe atmosfere alla Tiromancino sotto valium e al sesto spritz bello carico.
Peccato che il disco su 10 tracce ne presenti sei del secondo tipo, meno tirate e più – posso dirlo? – pretenziose.
Non in senso cattivo, per carità; ma nel senso che c’è questo anelare alla non banalità e alla ricercatezza che, francamente, ammoscia un po’ l’entusiasmo e veste il tutto di un’aura troppo cerebrale. E dire che loro stessi nel Myspace della band scrivono: “Il pubblico si sveglia quando fiuta l’odore del sangue”… ma quest’odore lo si sente solo in pochi pezzi. Poi il sangue cede il passo ai pensieri, alle circonvoluzioni e alle atmosfere.
Niente di grave. Ma è un’altra roba.
Un buon prodotto di rock italiano underground-protomainstream (perdonate l’ossimoro), ma a me la scossa non l’ha data.
Etichette: 2009, Afterhours, anni Duemila, autoprodotto, grunge, indie, Italia, Magentha Vol, mainstream, MTV, rock, Sub, Tiromancino, underground, Verdena
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19 maggio 2009
Reaching Hand – Threshold ep (Chorus of One, 2009)
Onestà brutale: si spera verrà apprezzata. Questi Reaching Hand, a parte il fatto di venire dal Portogallo e di avere alla voce una pulzella incazzatissima e tatuata, proprio non si fanno ricordare per null’altro. E, comunque, anche questi due fattori si cancellano dai neuroni nel giro di una strizzata d’occhio.
Che dire… tipico e scolastico hardcore newyorkese primi Novanta, con qualche occasionale parte mosh per strizzare l’occhio a territori metalcore. Nulla di che. Tutto ciò è già stato fatto ampiamente – e fino alla nausea purtroppo – negli scorsi 20 anni.
Temo che neppure i più nostalgici e affezionati al genere troveranno un motivo per acquistare questo ep (solo cinque brani – per un minutaggo complessivo veramente bassino – ma in un cd assemblato in pompa magna con booklet full colour a più pagine).
Forse piacerà a chi, per la giovanissima età e/o la scarsa voglia di scavare nel passato, si avvicina a questo genere per la prima volta – anche perché i ragazzi ci sanno fare, nel loro ambito. Ma sono davvero fuori tempo massimo.
Etichette: 2009, anni Duemila, Chorus of One, ep, hardcore, metalcore, Portogallo, Reaching Hand, thrash, thrashcore, Threshold
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